Largo per Natalia Miladinov

– Signora Miladinov, Lei e' veramente stanca; il Suo sguardo e' gelido, ha perso la luce, le borse sotto gli occhi le premono le pupille...
La voce dell'uomo magro e un po' ricurvo era asciutta e fredda. Per un attimo le parve che la luce scomparisse che il giorno piovoso penetrasse all'interno. Chi era quell'uomo? Aveva un abito bianco estivo: la giacca con due file di bottoni e i pantaloni dal taglio accurato, senza tracce di fango. Lui non aveva l'ombrello e quei suoi capelli canuti, come di piuma non erano umidi. Per un attimo lei smise di pensare. Il battito monotono della pioggia picchiava sul vetro sottile delle finestre. Quel viso tormentato, dagli occhi infossati e minacciosi che lanciavano lampi ambigui, quella bocca, scoglio sporgente dal mare della sua faccia,che allargava regolarmente intorno l'ondulazione delle rughe, le parve d'un tratto di conoscerlo. L'aveva gia' visto da qualche parte?
– Chi e' lei?
– Lei non mi ricorda certamente, sono passati molti anni da allora; mi faccia ricordare, forse la bellezza di venti. Lei era cosi' giovane e bella.– La voce di lui si fece sottile e velata, ma le sue ultime parole sembravano aver acquistato in sonorita': "Era cosi' giovane e bella..."
Lei spalanco' gli occhi. Un senso di morbidezza avvolgeva ogni cosa in un ritmo rallentato. I suoi ricordi presero ad oscillare, i successi divenivano fumi irreali, come non fossero mai esistiti. Le sembro' che quell'uomo segaligno sapesse tutto di lei e se ne sentiva confusa. Che l'avesse mai ascoltata? Le appare dinnanzi agli occhi il manifesto incollato sul muro bianco: "La signorina Natalia Miladinov e Rene' Baton nel concerto in si bemolle di Antonin Dvorak per violoncello e orchestra"... Molti travagli si erano succeduti da allora. Per tutti quegli anni aveva lenito accuratamente la propria sventura. I ricordi li teneva raccolti al riparo dai sentimenti. Le care melodie, il suono malinconico cupo e rigoglioso del violoncello, l'odore della lacca e della colofonia, ogni cosa era disposta con cura nel fondo della sua memoria come le foto di un album. Perche' doveva capitare costui? Doveva tornare amostrare la propria intimita' proprio davanti a lui, per scoprire il proprio languore e l'orrore della vita di ogni giorno?
– Non pianga, La prego, forse potrei aiutarla. – La sua voce era cambiata, lo sguardo si era fatto tagliente. Le sue nere pupiulle di lacca ora trafiggevano la pelle sottile del viso di Natalia e il volto dello sconsciuto, moltiplicato dagli specchi del salone, sembrava spiegato a ventaglio attorno a lei.
– Del denaro non ne ho bisogno, ho la mia pace. Perche' e' venuto? – Disperata si copriva il volto con le mani e piangeva.
– No, cara signora, la pace e' proprio quello che le manca. Quanti anni sono ormai che non suona? Non esce, non vede nessuno, sempre sola con i suoi ricordi e col silenzio. Le mani Le tremano proprio come il giorno del suo ultimo concerto. Allora era ancora giovane e bella... – Gli occhi dello sconosciuto si restrinsero in una linea sottile che gli tendeva le tempie e le folte sopracciglia. – Mi sembra di vederla: snella, dai lunghi capelli neri, le bianche mani affusolate, screziate dalle tenere linee delle vene azzurre. "Il fiore della musica": cosi' la chiamavano, ricorda? Il vecchio Toscanini l'adorava. Il tono del suo violoncello era una vera avventura: tenero e leggero, e insieme poderoso e suggestivo.Lasciamo perdere il resto, desidera riprendere a suonare?
Non poteva crederci... La parola "suonare" echeggio' dentro di lei come uno sparo, un urlo. Il silenzio del salotto, che un attimo prima avrebbe potuto quasi toccare, si trasformo' nel luogo di scontro di incerti presentimenti e di oscure incertezze. "Desidera riprendere a suonare, a suonare", ripeteva l'eco, mentre da qualche angolo lontano le sembrava di udire il suono dello strumento dei suoi sogni, una Variazione su temi barocchi... Non sara' venuto qui per tormentarmi – urlo' – vada via dalla mia casa, se ne vada! Come puo' pensare di potermi aiutare se tanti medici non ci sono riusciti. Se ne vada subito, la prego.
– Non gridi – le disse calmo – lo posso veramente fare, forse proprio perche' non sono un medico. Desidero soltanto mettermi d'accordo con lei. Il suo te' si e' raffreddato, prenda la tazza... guardi... non vede,non trabocca anche se la tazza e' colma. Cara signora Miladinov,non mi deluda, ho fatto un lungo viaggio per venire a farle questa offerta.
La scena era strana. Il pianto di Natalia si era esaurito. Rimase pietrificata con la tazza all'altezza degli occhi. Guardava attonita, assolutamente incredula.
– Come ci e' riuscito? Chi e' lei?
Ora lo sconsciuto si curvo' sopra il tavolo. Fece passare la sua mano lunga e morbida fra i capelli di Natalia avvicinando al massimo le sue labbra al suo orecchio. Lei avverti' il suo caldo respiro e l'orrore agghiacciante che emanava dal suo interno...
– Signora Miladinov – sussurro' lui a bassa voce, e il suo sussurrio si perdeva ridotto in polvere – io sono lo spavento di tutte le generazioni. Non puo' nemmeno immaginarsi da dove sia giunto: dall'oscurita' , dall'orrore, dall'universo delle sofferenze umane. Da secoli ormai vivo dove le grida e le invocazioni umane non significano nulla. Il buio impera dappertutto laggiu' e un fetore appiccicoso s'infiltra in ogni poro. Il fango e' la mia terra, il marciume il mio cibo e il rosso dei carboni ardenti il mio sole... – Natalia cerca di liberare la propria testa, ma la mano di lui la trattiene nell'orribile stretta. – Non abbia paura, la prego, non le faro' nulla. Qui nessuno mi conosce, nessuno mi ha visto entrare. Sono venuto per lei, non mi deluda, accetti la mia offerta. Non chiedo molto.
Lo straniero si rimise a sedere, ma lei non era sicura: era stata soltanto la pressione delle sue braccia? Le sembrava di averlo sentito con tutto il suo corpo; come se i suoi sentimenti si fossero mescolati con quelli di lui e i pensieri di lei si fossero intrecciati con quello che lui pensava. Desiderava opporre resistenza, ma non sapeva piu' come. Ora desiderava soltanto una cosa, agognava ad una forza che non aveva mai sentito. Immagini di un tempo, accessibili solo a lei ondeggiavanno mescolate in un ordine sconosciuto. Sarebbe tornata a suonare, a suonare...
Si guardo' intorno. Tutto le sembro' diverso. Per quanti anni era andata vagando senza meta in quella casa enorme in via Regina Sofia, senza desideri e senza un fine. Ne conosceva ogni angolo, ogni pezzo della preziosa mobilia. Eppure tutto questo non aveva alcuna importanza per lei. C'erano doni provenienti da varie parti del mondo, un gran numero di fotografie con cornici d'oro, e dediche. I cassetti mezzi vuoti nascondevavono gli inviti ai balli, le lettere d'amore, i programmi per concerti di un'epoca passata. Fino ad un attimo prima tutto questo aveva perso ogni senso, ora, all'improvviso aveva preso corpo la speranza, vera, palpabile che la sua vita sarebbe cambiata.
– Cosa devo fare? – disse con una voce che non sembrava la sua e proveniva dal profondo aprendosi un varco fra i ricordi stravolti.
– Domani le mandero' una fanciulla che sta proprio cominciando a studiare. Mentre le dara' le lezioni faro' in modo che l'abilita' e l'agilita' dell'allieva passino in Lei. Tornera' a suonare, signora, e la ragazzina perdera' il proprio dono per la musica... Pero', mia cara, non potra' affezionarsi a questa creatura. Esigo che la sfrutti e che si impossessi di tutto quanto la ragazza possiede nelle sue giovani mani. Soffochi ogni simaptia, seppellisca le emozioni e si prenda tutto! Questa e' la mia condizione. Queste ultime parole rimasero impresse in Natalia come una ferita che estende il dolore per tutto il corpo... Non dormi' per tutta la notte. Le sembrava che il legno di quercia del baldacchino scoppiettasse, che la tenda si schiudesse leggermente; come se la voce dello sconsciuto echeggiasse da ogni mobile, in qualche angolo dell'oscurita' della sua camera de letto: non puo' concederle il proprio affetto, non puo', non puo'... Fino al mattino una finestra rimase illuminata, per tutta la notte resto' a guardare solitaria nell'oscurita' della strada addormentata. Natalia non riusciva a capire perche' quella notte avesse qualcosa di infantile; l'offuscamento delicato del sonno infantile, il silenzio che si increspava come brevi sospiri, non sapeva perche' in lontananza il miagolio dei gatti ricordasse il pianto di bambini smarriti... La notte, fitta ed immensa, la premeva da ogni parte. Aveva provato ad ascoltare le sue vecchie incisioni, ma quei solchi fruscianti che echeggiavano dal grammofono erano troppo deboli e teneri per empire la notte.
All'alba, in quel suo stato d'attesa, tento' di raccogliere quel poco di pensieri che le era rimasto. E se tutto quello che le era capitato il giorno prima fosse stato solo un lungo sogno, una fantasia prodotta dalla sua tetra solitudine, si chiedeva. Quell'uomo asciutto nell'abito bianco le sembrava ora cosi' irreale, che ormai non poteva credere in lui. E se fosse stato tutto soltanto un sogno? Sapeva che soltanto fanciulla avrebbe potuto dare una risposta. Doveva avere pazienza. Si mise a fissare un punto lontano fuori della finestra. Il mattino, giovane ed innocente, saliva al limitare dell'orizzonte. Era certamente la fine di tutto? Per quasi due decenni lei non aveva sentito il suono del violoncello, non aveva ascoltato la musica che era stata l'unico senso della sua vita. Tutto il suo repertorio le passo' attraverso i pensieri. Ad ogni composizione aveva dato un proprio titolo; Le Suite di Bach, vesti lussuose; I Temi rococo', gioielli di malinconia; Il Concerto di Schumann, soffernza trasparente. Nel suo pensiero tornava a riconscere lungo tutte le ottave: il paterno DO, il rigoglioso SOL, il RE sincero, lo snello LA... Arrivo' al massimo tono che risuono' con tenera semplicita'. In quel momento squillo' stonato il campanello della porta. Rimase sospesa per un attimo, il cuore le batteva, il pensiero le si inaridi'.
Apri' la porta e si blocco'. La fanciulla era piccola e delicata. Aveva proprio le trecce che si aspettava lei avesse. Natalia le stava di fronte incerta con la sensazione che le sue gambe fossero troppo pesanti perche' potesse andare in una direzione qualsiasi.
– Buon giorno, signora. – Aveva una voce sottile e trasparente. Quella vocetta sembro' a Natalia limpida e scorrevole come un ruscello, tenera come la prima luce lunare. Chiamo' a raccolta tutte le sue forze per riordinare i suoi pensieri, per imbrigliarli e per ricordarsi del patto del giorno prima con l'uomo che le sembrava ancora irreale, come l'avesso visto attraverso una leggera cortina di nebbia, ma di cui era ora sicura che esisteva.
– Entra – disse contratta. Le fece strada fino al soggiorno e mentre attaversavano il corridoio, Natalia divenne dolorosamente consapevole del tamburellare delle scarpette della piccola sul marmo del pavimento. La ragazzina portava con se' una grande scatola e quando l'apri' rimase stupita avvertendo il tremore che passava per le mani della sua insegnante. Non capiva come mai i polpastrelli delle dita di Natalia accarezzassero delicatamente in violoncello dal riccio alla cordiera, perche' palpassero ogni venatura dell suo acero rosso. Gli occhi le si inumidirono e si fecero vitrei, le sue pupille ballavano per i bulbi scivolosi, mentre il suo pensiero rapido e spaventato si batteva per il sopravvento. Dovette tornare a calmarsi, ad essere di nuovo la Natalia che nel silenzio della sua casa aveva atteso per anni il miracolo...
– Bene, vediamo, da quanto tempo suoni?
– Da tre anni, signora.
E invece di dare altre risposte, la piccola si mise subito a suonare il Largo di Haendel, con slancio, partecipazione, e cosi' bene che Natalia non poteva credere che la ragazzina suonasse soltanto da tre anni. Ogni linea era accuratamente scolpita, ogni tema correttamente interpretato. Le sembro' di poter cogliere ogni tono; come fosse sufficiente tendere le mani e rovesciare in su le palme, come quella affascinante bufera musicale riempisse ogni atomo dello spazio. Le note aleggiavano per il salotto di Natalia, abbassandosi dolcemente sulle suo spalle, avviluppandosi nella sua capigliatura intrecciata, raccogliendosi nel suo grembo... Lei chiuse gli occhi e comincio' lentamente a muoversi al ritmo del suono armonioso, ma gia' nell'attimo successivo si scosse come sottraendosi a un brutto sogno.
– Chi ti ha insegnato cosi'? – La sua voce era cupa e minacciosa.
– Nessuno, signora, ho imparato da sola.
– Non permetterti piu' di imparare qualcosa da sola. Fai molti errori, e hai molte idee sbagliate. Dovrai lavorare parecchio. Queste sue ultime parole suonarono a Natalia cosi' strane come non fosse stata lei a pronunciarle. Come diventare quella che lo sconsciuto aveva preteso lei divenisse? Nei giorni successi esercito' con la bimba gli studi, ma il Largo non le usciva dalla testa; era divenuto come una fitta ragnatela che s'intrecciava nella sua vita. Per giorni interi se ne rimase seduta come tramortita. Dietro le pupille nascoste, lungo l'orizzonte degli occhi chiusi era un susseguirsi di visioni; la bimba dalle trecce bionde singhiozzava soffocata dalle lacrime, ma lei non osava toccarla. Le sembra di sentire il respriro delle sale in cui aveva suonato; spalancava allora gli occhi e invece del familiare arredamento delle stanze della sua casa, vedeva l'orchestra. Ogni dirigente le rivolgeva uno sguardo implorante, le braccia spalancate, pronto per l'inizio, ma lei non poteva cominciare. In qualsiasi parte del mondo si trovasse una bambina piangeva nel pubblico... Tutti i corridoi della sua casa erano diventati un labirinto per il quale correva follemente di giorno in giorno senza poter trovare una via d'uscita. Il vecchio arredamento con le tappezzerie di seta non riusciva a riconoscerla e a lei si manifastava mutato nell'aspetto. Nella grande stanza dove era appeso il suo ritratto ora non c'era nessuno. Ora il quadro di un'altra persona, sorridente e felice, stava li' a ricordarle che era lei la vera padrona di casa... Ogni giorno portava con se' un suo incubo. Desiderava amare quella fanciulla, ma non le era permesso. Le sue mani erano sempre piu' sicure, eppure, il desiderio di suonare si era trasformato in grave affanno. Comprese che nulla avrebbe piu' potuto essere come era stato precedentemente. Come aveva potuto soltanto pensare di ritornare alla musica? Venti, incommensurabili anni erano passati ormai, la guerra si era portata con se' molti dei suoi amici, i giovani cellisti ora suonavano in un altro modo. Lei lo sapeva bene, anche se non li aveva sentiti neanche una volta. Chi si ricordava piu' di Natalia Miladinov, "il fiore della musica"! Come aveva potuto anche semplicemente pensare che le sarebbe riuscito di ritornare? Alla fanciulla dava da fare esercizi sempre piu' facili, ma lei aveva difficolta' sempre maggiori nell'eseguirli. Un giorno piovoso, che ricordava proprio quello della visita dello sconsciuto nell'abito estivo, lei stava appunto facendo lezione alla bambina. Stava suonando uno studio molto semplice, quando questa, nel bel mezzo di un legato proruppe in pianto. Natalia ne fu scossa perche' era questo lo stesso pianto che aveva udito in tutte le sale del mondo.
– Maestra – questo semlice epiteto fu per lei come un colpo al petto – io faccio esercizio, ma... non so mi riesce sempre piu' difficile. Non vada in collera, perche' io mi esercito veramente per tutto il giorno e niente...
La fanciulla si interruppe a meta', incapace di resistere ai singhiozzi. Terrifacata, Natalia fece un passo in dietro. Si copri' gli occhi con le mani, mentre nel suo petto si scateneva una tempesta. Il pianto della bimba risuonava ora nella sua coscienza come uno stridio echeggia in una stanza assolutamente vuota. Ricorse alle ultime forze che le rimanevano per riprendere il controlo su di se'.
– Mia cara, eppure non ti eserciti abbastanza, tu... tu.
Non sapeva che cosa aveva voluto dire; si era spezzato il filo di quello che le era sembrato il nuovo senso della sua vita, il filo delle speranze e delle tensioni dell'attesa, ma era stato reciso anche il filo dell'angoscia e del dolore. Quelle ombre incerte e tetre d'un tratto le si fecero nitide. Le immagini sformate dei mobili si incontravano trasparendo l'una nell'altra per il pavimento, arrampicandosi invano per i muri, immobili si battevano invano per lo spazio che non riuscivano a conquistare. Salto' su dalla sedia per accogliere nelle sue braccia la fanciulla in lacrime. Non riusciva a trovare la voce per sussurrarle qualcosa, le lacrime la soffocavano, e il suo respiro era corto. Un pianto salvifico venne a dissolvere la fitta tenebra della sua promessa, lo stantio di tutte le illusioni, l'immagine del volto rugoso del vegliardo. Desidero' che tutto ritornasse come prima, come se niente fosse accaduto. Ogni nuova conquista che pensava avrebbe conseguita per se' ora desiderava veramente trasfonderla in quella fanciulla, ma sembrava fosse tardi... Le massaggio' le mani, gliele riscaldo', accarezzandole, le unse con tutte le creme che un tempo lonatno erano state prescritte per lei, ma non ci fu verso.La piccola non poteva suonare piu' nemmeno una nota. Le sue manine asciutte erano scosse da un tremore tanto simile a quello che Natalia conosceva cosi' bene. Le binace palme della bimba ora vibravano perdendo la propria forma, davanti al suoi occhi, mentre il Largo, quel meraviglioso Largo malinconico, tremolava nell'ebbrezza dei suoi suoni, quasi a farsi beffe della sua disgrazia. Le sembro' che fosse passato solo un attimo da quando aveva fatto la conoscenza di quella creatura, e ne aveva sentito il trasporto con cui suonava. Come aveva potuto accettare quel patto, come aveva osato?
– Bimba mia cara, scusami, ti prego – le sussurro' teneramente – non ci sarrano piu' lezioni.
Nell tardo pomeriggio era di nuovo sola. Apri' la finestra e si mise ad osservare l'orizzonte con un sguardo spento. Aveva cessato di piovere e il cielo era solcato da enormi cumuli binachi a grappoli. Non c'era niente su cui potesse fermare il proprio pensiero. Come un tempo, quando era piccola, provo' a indovinarne le forme... E quando fu completamente buio, ando' ad accendere la luce e nell'attimo in cui toccava l'interruttore, quando la luce giallognola del grande lampadario si fu riversata per la stanza udi' la voce di Colui. Era quella stessa voce, fosca e rauca, con cui quel terribile incubo era incominciato. Si spavento' e spense subito la luce, ma la voce non scomparve, bensi' si rinforzo' nel buio. Le sembro' provenire da ogni parte, quasi venisse dal suo interno: "Signora Miladinov, complimenti, e' stata al di sopra delle mie aspettative. Negli ultimi secoli nessuno e' stato cosi' tremendo nell'attenersi ai patti con me." Presa dalla paura Natalia torno' ad accendere la luce, correndo per la stanza fece cadere vari oggetti che se ne stavano immobili e disinteressati, ma la voce non smetteva: "Il tocco finale e' di quelli che neppure io avrei saputo fare di meglio; le ha preso tutto e poi ha fatto finta di esserne addolorataaa...". Quella voce suscito' in Natalia il terrore. Strappandosi le vesti, lei si dibatteva nella sua disperata impotenza, picchiandosi sulle tempie, ma quella voce non voleva lasciarla. Il biancore della pelle di lei invocava aiuto, il suo sguardo errante e la fronte ardente testimoniavano la presenza di Lui. Natalia non sapeva dove andassero i sui pensieri, quella voce era il suo unico pensiero. Inciampando e cadendo corse all'impazzata giu' per le scale. Aveva fretta di arrivare all'armadio che da tempo non aveva aperto. La' se ne stava nascosto il suo violoncello.
In quella concitazione nervosa sollevo' il coprechio della scatola e balzo' all'indietro. Tutto scuro il violoncello era pasato nella custodia foderata di panno rosso come l'ultima volta che ce l'aveva riposto. Il suo alter ego sembrava ignorare gli ultimi avvenimenti: lo strumento era silente, addormentato. L'acero e l'olmo della cassa aspettavano da lungo tempo che qualcuno riprendesse a suonare. Si mise a sedere su una seggiola e mentre la frase: "ha fatto finta di essere addolorata", cresceva in tonalita' fino a divenire un urlo insopportabile, lei prese a suonare. Sulle prime non fu propriamente musica, non una melodia che si distinguesse, ma nell'attimo successivo lei riusci' a raccogliere i propri pensieri e riusci' a suonare come mai prima, quello che un tempo aveva eseguito. Tutto il suo repertorio preferito, da Bach a Stravinski, suonando senza una pausa, con una forza sovrumana nel buio piu' totale, davanti alla cantina vuota. Non osava fermarsi per paura di impazzire se mai avesse di nuovo udito la voce di Lui. Ancora un poco, poco soltanto doveva rimanere cosciente... Le immagini della sua vita trascorsa tornarono spontaneamente a ripresentarsi ai suoi occhi. Tutte le persone che aveva amato, il pubblico a cui si era sempre abbandonata senza riserve e in assoluto. Ogni nuova composizione che aveva cominciato a suonare l'aveva condotta in un'altra parte del mondo, da una sala all'altra: Londra, Parigi, New York, Buenos Aires... Ora non si udiva piu' una sola bambina che piangesse, perche' Natalia spandeva le sue lacrime per tutte quelle fanciulle che erano sempre la stessa, per tutte quelle che avevano pianto nelle sue visioni.
Attorno alla mezzanotte sviluppo' con cura l'ultimo suono di un piano che si dissolse nel silenzio. Era il finale del Largo di Haendel. Rimase in ascolto, attenta. Nulla violava la pace silente. La voce era scomparsa ed al suo posto era rimasto soltanto la scansione monotona del silenzio piu' rigoroso. Si alzo' stanca dalla seggiola e stacco' la paterna corda del Do. Quel crine era abbastanza lungo da farci un cappio che pote' essere fissato ad una trave consunta della cantina... Trascorsa la mezzanotte, Natalia Miladinov non esisteva piu'. Rimaneva soltanto il ricordo di una grande violoncellista. Negli attimi che avevano visto defluire la sua vita, una fanciulla si scosse dal sonno; guardo' le sue mani ed ebra di felicita', si levo' ad afferrare il violoncello. Non ci fu nessun ad ascoltare quell'esecuzione stupenda del Largo di Haendel...

Traduire de Isabela Meloncelli